EVENTI

  TAU 08 - teatri antichi uniti #4369 [3196]
 
  il programma completo
( Immagine )  
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Regione Marche
Assessorato ai Beni e alle Attività Culturali
Amat
Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche
Provincia di Ascoli Piceno | Provincia di Macerata
Comune di Falerone | Comune di Urbisaglia
Comune di Monte Rinaldo | Comune di Cupra Marittima
 
T A U 0 8
T e a t r i A n t i c h i U n i t i
 
p r o g r a m m a
10 luglio | Monte Rinaldo Area Archeologica La Cuma
MONICA GUERRITORE
LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE
LUCIO APULEIO
11 luglio | Urbisaglia Anfiteatro Romano
MAURIZIO PANICI, EDOARDO SIRAVO
GIULIO CESARE
WILLIAM SHAKESPEARE
12 luglio | Falerone Teatro Romano
ELISABETTA POZZI
SORELLE DI SANGUE. CRISOTEMI
GHIANNIS RITSOS, HUGO VON HOFMANNSTHAL
16 luglio | Urbisaglia Anfiteatro Romano
LUCIA POLI, GIORGIO ROSSI
EDIPO E LA PIZIA
FRIEDRICH DÜRRENMATT
17 luglio | Cupra Marittima Foro Romano
MIMESIS
DE RERUM NATURA / LA NATURA DELLE COSE
TITO LUCREZIO CARO
19 luglio | Falerone Teatro Romano
FLAVIO BUCCI
EDIPUS
LUCIO ANNEO SENECA
23 luglio | Urbisaglia Anfiteatro Romano
PEPPE BARRA, ANDRÈ DE LA ROCHE
AMORE E PSICHE
LUCIO APULEIO
27 luglio | Falerone Teatro Romano
ANNA MAZZAMAURO, FRANCO OPPINI
MENAECHMI
TITO MACCIO PLAUTO
28 luglio | Urbisaglia Anfiteatro Romano
TERRA DI TEATRI FESTIVAL/ECATETEATRO
LE RANE
ARISTOFANE
2 e 3 agosto | Monte Rinaldo Area Archeologica La Cuma
COMPAGNIA NEL LABIRINTO
I MOSTRI DI FEDRA
LUCIO ANNEO SENECA, JEAN RACINE, SARAH KANE
Si rinnova per il decimo anno consecutivo l’appuntamento estivo con il TAU/Teatri Antichi Uniti, rassegna di teatro classico antico promossa da Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Marche / Assessorato ai Beni e alle Attività Culturali, Amat, Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, Provincia di Ascoli Piceno, Provincia di Macerata, Comune di Falerone, Comune di Urbisaglia, Comune di Monte Rinaldo e Comune di Cupra Marittima.
Dal 10 luglio al 3 agosto il TAU presenta dieci appuntamenti – di cui una coproduzione - che spaziano dai testi dell’antichità greco-latina che si prestano anche a letture drammaturgiche più attuali fino ad opere che, pur appartenendo a tradizioni letterarie più recenti e moderne, sono accomunabili per argomenti e stile, ai canoni della classicità. Centrali nella progettazione della rassegna, nata dallo sviluppo naturale del cartellone estivo di teatro antico ad Urbisaglia, sono i luoghi di interesse archeologico: anfiteatri, siti e spazi di straordinaria suggestione utilizzati per la spettacolarizzazione sono in questo modo restituiti ad un ampio uso dall’impegno congiunto di Province, Comuni, Regione, Amat e Soprintendenza ai Beni Archeologici, in una coniugazione funzionale e gradevole di beni e attività culturali.
L’inaugurazione il 10 luglio a Monte Rinaldo (Area Archeologica La Cuma) è affidata alla forza d’attrice di Monica Guerritore nel reading de La favola di Amore e Psiche. Nella bellissima traduzione di Gabriella D’Anna, tracce musicali parlano al cuore degli spettatori accompagnando l’affannosa ricerca/fuga di Psiche.
L’11 luglio la rassegna prosegue ad Urbisaglia (Anfiteatro Romano) con Giulio Cesare di William Shakespeare nella lettura del regista Maurizio Panici e nell’interpretazione di Edoardo Siravo.
Una delle più grandi attrici italiane, Elisabetta Pozzi, è protagonista il 12 luglio a Falerone (Teatro Romano) di Sorelle di sangue. Crisotemi, uno spettacolo di poesia, danza e musica dal vivo tratto da Crisotemi di Ghiannis Ritsos e Elektra di Hugo von Hofmannsthal.
L’Anfiteatro Romanodi Urbisaglia ospita il 16 luglio Edipo e la Pizia: Giorgio Rossi, ballerino, è Edipo e Lucia Poli, attrice, è la Pizia, sacerdotessa di Apollo. Lo spettacolo si ispira al racconto di Düurrenmatt La morte della Pizia ma poi, tra la voce tagliente della Poli, gli sberleffi e le guizzanti follie ‘danzerecce’ del fantastico e geniale Giorgio Rossi, il grottesco si intreccia col mostruoso e con il fantastico.
Il 17 luglio il TAU si sposta a Cupra Marittima (Foro Romano) con una lettura-spettacolo omaggio a Lucrezio, De rerum natura / la natura delle cose. Sulle note di Luciano Berio e Luca Lombardi, alle parole dell’autore latino fanno da controcanto un complesso concertato di autori moderni che si intreccia al solenne e affascinante canto didattico lucreziano.
Il 19 luglio il Teatro Romano di Falerone ospita Edipus di Seneca nell’allestimento di Nucci Ladogana che ha sviluppato un racconto teatrale che ha in Flavio Bucci il suo interprete ideale e insostituibile. A lui fa da degno interlocutore Renato Campese.
La favola delle favole, Amore e Psiche di Apuleio, ispirazione di tantissime favole moderne, è ‘raccontata’ – il 23 luglio all’Anfiteatro Romano di Urbisaglia - in forma poetica e suggestiva da un’inedita coppia composta da Peppe Barra, maestro del teatro italiano dalle capacità istrioniche e Andrè De La Roche, energico ballerino di origine corso-vietnamita e adozione americana.
Il 27 luglio Anna Mazzamauro e Franco Oppini sono i protagonisti a Falerone (Teatro Romano) di Menaechmi di Plauto, una gioiosa commedia degli equivoci, un susseguirsi ininterrotto di saporose battute, di botte e risposte, di capovolgimenti di situazioni, senza un solo attimo di stasi.
L’Anfiteatro Romano di Urbisaglia ospita il 28 luglio Le rane di Aristofane nella lettura della compagnia Ecateteatro. Lo spettacolo – coprodotto da Terra dei Teatri Festival e TAU - si inserisce nel contesto di una trilogia iniziata con Baccanti di Euripide (2006) e Prometeo di Eschilo (2007). La commedia è per il suo autore lo spunto per una vivace discussione intorno ai vizi di una società ateniese al tramonto.
La conclusione del TAU il 2 e 3 agosto è affidata a Monte Rinaldo (Area Archeologica La Cuma) a I mostri di Fedra nella lettura - sulle tracce di Seneca, Sarah Kane e Racine - della ventenne regista Valentina Rosati e della Compagnia nel labirinto formata da allievi attori iscritti all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
Informazioni: Amat tel. 071 2072439, www.amat.marche.it.
ufficio stampa
Amat _ Barbara Mancia
071 2075880 _ 335 7756368 _ b.mancia@amat.marche.it
10 luglio Monte Rinaldo Area Archeologica La Cuma
Vis a Vis
LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE
di Lucio Apuleio
traduzione Gabriella D’Anna
reading di Monica Guerritore
La lettura della favola di Amore e Psiche al pubblico può restituire in tutta la sua incredibile profondità e semplicità lo spessore di questo gioiello, il suo mistero, il suo "senso": l’attrazione verso la divinità (Dio) la sete di conoscenza, l’insistente ricerca di "sacro" che è presente nell’uomo in tutte le epoche.
Ma alla divinità ci si accosta con umiltà, con fede.
C’è bisogno di quel cambiamento di prospettiva, quell’azzeramento del già conosciuto che viene da sempre raccontato nelle fiabe " caduta-conversione-risalita".
La conversione come cambiamento dell’orientamento interiore, un inversione di rotta.
Solo dopo la caduta, precipitati alla massima distanza dal luogo che costituisce la meta ultima, lo sguardo, la conoscenza sarà in grado di percepire l’Immenso. L’Indicibile.
Nella bellissima traduzione di Gabriella D’Anna, tracce musicali parlano al cuore degli spettatori accompagnando l’affannosa ricerca/fuga di Psiche (anima).
11 luglio Urbisaglia Anfiteatro Romano
Argot produzioni – Teatro dei due Mari
GIULIO CESARE
o della congiura
da William Shakespeare
adattamento drammaturgico e regia Maurizio Panici
con Edoardo Siravo, Leandro Amato
Massimo Reale, Maurizio Panici
Andrea Bacci, Gigi Palla
con la partecipazione di Renato Campese
scene Francesco Ghisu
costumi Marina Luxardo
Giulio Cesare è la prima vera tragedia problematica di William Shakespeare, anticipatrice della trilogia più famosa e conosciuta delle grandi tragedie (Amleto, Otello, Macbeth) dove l'autore ci presenta conflittualmente i turbamenti più profondi e i drammi non solo dell'animo umano, preda continua di emozioni e violente passioni, ma dell'universo stesso in cui tragicamente vive e opera.
Ed è questo ricollocare al centro l'operato individuale rispetto alla storia, che fa di questo "dramma romano" un esempio di come l'invidia di Cassio, la problematicità di Bruto, o la stessa maestosità del ruolo di Cesare siano determinanti alla complessità della situazione storica e delle scelte conseguenti che la stessa impone. A partire da questa riflessione, questo Giulio Cesare si muove drammaturgicamente da un brusio indistinto fatto di voci, suoni e ossessioni al cuore di ognuno dei protagonisti, eliminando così ogni contesto storicizzante, isolando le ragioni di ognuno e riconsegnando la storia di un gruppo di uomini travolti dalle invidie, vinti dalle certezze, contagiati dalla crudeltà e dal caos, intrisi di furore e di tensione insopportabile mai acquietata se non di fronte alla morte.
Shakespeare fa delle tragedie un condensato delle cronache regali e sottopone la storia a un processo di assolutizzazione che ne svela l’immutabile meccanismo. La Storia è personale, ha nomi e pochi protagonisti, raramente vi fa la sua comparsa il popolo.
Nell’adattare il testo shakesperiano e quindi nell’elaborare l’idea di regia ho seguito la strada della sottrazione. Ho quindi alleggerito la struttura drammatica originaria, riducendo di conseguenza il numero dei personaggi, ed eliminato il contesto storico e politico, per porre al centro del lavoro l’azione, le passioni e le emozioni di ogni singolo personaggio. Ricollocare "al centro" l’operato individuale mi ha permesso di avvicinarmi alla parte più profonda e oscura dell’animo umano, di sondarla e di fare emergere per tale via tutta la modernità insita nel testo shakesperiano.
Maurizio Panici
È un riuscito accostamento di Shakespeare a Koltès (per oscurità di incontri e di connivenze), è un tangibile connubio fra Shakespeare e Bacon (per un'aria asettica di macelleria), è un trattamento di Shakespeare che fa pensare a Kleist (per climi marziali) e a Cechov (per la tenuta meditativa di Cesare).
[Rodolfo Di Giammarco, "la Repubblica"]
12 luglio Falerone Teatro Romano
MDA produzioni - Mistras
in coproduzione con Teatri di Pietra
SORELLE DI SANGUE. CRISOTEMI
da Crisotemi di Ghiannis Ritsos
e Elektra di Hugo von Hofmannsthal
di e con Elisabetta Pozzi
danza Paola Bellisari, Carlotta Bruni
Monica Camilloni, Rosa Merlino
coreografie Aurelio Gatti
musiche originali Daniele D’Angelo
disegno luci Stefano Stacchini
Di Crisotemi, ovvero la sorella minore di Elettra, non rimangono che poche testimonianze, cenni che gli autori classici hanno voluto riportare quasi più per dovere di cronaca che per utilità drammaturgica.
Attraverso le parole del grande poeta greco Ritsos, la quarta figlia di Agamennone e Clitemnestra, appunto Crisotemi, diventa il simbolo dell’ignavia, dell’antieroina: assiste al sacrificio della sorella Ifigenia, non è partecipe all'omicidio di Agamennone da parte di Clitemnestra, non si ribella né progetta alcuna vendetta contro la madre per i suoi illeciti rapporti con Egisto e per aver ucciso suo padre dopo l'epilogo di Elettra e la partenza di Oreste. Crisotemi è la donna che rimane sospesa come ‘umanità inespressa’.
La scelta di questo personaggio non è solo la naturale conseguenza di una assidua frequentazione di Elisabetta Pozzi con il poeta Ritsos (Fedra e Il Funambolo e la Luna) quanto l'aver inteso, in una figura "altra", distante dalle eroine del mito, una protagonista contemporanea sia per l'incapacità di agire il presente che per la scelta di silenziarlo.
Crisotemi parla di noi, dell’umanità taciturna, di quella parte degli uomini che lascia scorrere gli eventi attorno senza intervenire, senza partecipare alla storia che comunque scrive sé stessa senza dimenticare, né giudicare. Il passato è ignorato, il futuro un'incognita e il presente sottratto giorno dopo giorno, secondo dopo secondo come se attendessimo una vita "vera" da venire e provenissimo da un "passato" che non merita di essere ricordato. La protagonista è testimone muto, colpevole in ogni caso, malgrado la sua assenza di partecipazione, o forse proprio a causa della sua defezione dall’essere protagonista degli eventi che travolgono la sua famiglia.
Da Elektra di Hugo von Hofmannsthal deriva d’altra parte la visione di un mondo dove il dionisiaco sconfigge la ragione e la meditazione apollinea: il richiamo del sangue versato costituisce l’onda attiva che muove passioni e sacrifici.
16 luglio Urbisaglia Anfiteatro Romano
Sosta Palmizi
EDIPO E LA PIZIA
scritto e diretto da Lucia Poli
liberamente ispirato a un racconto di Friedrich Dürrenmatt
con Lucia Poli e Giorgio Rossi
coreografie Giorgio Rossi
musiche originali Andrea Farri
eseguite dal vivo da Mauro D’Alessando, Sandro De Blasio, Juliane Reiss
oggetti scenici e costumi Tiziano Fario
Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l'ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi, Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l'avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere.
Da questo curioso incipit del racconto di Dürrenmatt La morte della Pizia, prende spunto lo spettacolo recitato e danzato da Lucia Poli (la Pizia) e Giorgio Rossi (Edipo), accompagnati in scena da quattro musicisti. Ma il testo teatrale si distacca ben presto dalla matrice originaria e sviluppa in autonomia lo strano rapporto tra la Pizia e Edipo, rivisitando il mito classico. La visione è irriverente, non certo allo scopo di farne una burla, ma per riproporre oggi, con la profonda leggerezza dell’ironia, l’eterno dilemma del senso del destino umano: sono gli dèi a guidare i nostri atti? O è il libero arbitrio degli uomini? O semplicemente il caso?
Edipo, dopo aver ricevuto il terribile oracolo della Pizia - che lei qui dichiara avere inventato di sana pianta per pura bizza - ne viene influenzato e compie il suo atroce destino: uccide il padre e sposa la madre. Perché? Quale volontà sta dietro ai suoi atti? La risposta è che il Mistero abita il mondo e guida la storia. La Pizia è una pazzerella sfrontata e beffarda che distribuisce sentenze con scandaloso senso dell'umorismo, non crede che la ragione umana possa incidere sulla realtà e modificarla, né d'altra parte confida nel divino. Il suo agnosticismo ne fa un personaggio moderno, o piuttosto un simbolo del dubbio eterno e del privilegio della fantasia. Il mondo appare un mostro che si modifica da sé facendo continuamente nuove smorfie. Il grottesco, il mostruoso, il fantastico attraversano lo spettacolo tra follie danzerecce, maschere e pupazzi e forniscono inevitabilmente momenti di grande riflessione, di buio totale, di perdizione. La musica, che accompagna i gesti, le movenze e le parole dei due protagonisti, contribuisce a rendere corpose e comunicative le varie emozioni.
17 luglio Cupra Marittima Foro Romano
Associazione Culturale Mimesis
DE RERUM NATURA / LA NATURA DELLE COSE
omaggio a Lucrezio
a cura di Claudio Longhi
La lettura-spettacolo De rerum natura / La natura delle cose è un omaggio a Lucrezio che, a partire da un montaggio di brani scelti dal celeberrimo poema omonimo, assume la forma di un dramma del pensiero in cinque atti – natura, amore, musica, religione e morte – corrispondenti ai differenti temi trattati dagli excerpta ‘citati’. A partire da questa frequentazione cursorea del poema latino, si giungerà ad un confronto tra epoche e culture attraverso la lettura incrociata di differenti traduzioni di Lucrezio: dalla prima edizione integrale settecentesca di Marchetti, alla silloge dei frammenti del De rerum natura fino ad oggi ‘travestiti’ da Edoardo Sanguineti, con sporadiche puntate negli affascinanti territori della lingua latina originale.
Sulle note di Luciano Berio e Luca Lombardi, alle parole di Lucrezio faranno da controcanto un complesso concertato di autori moderni, scandito sulla messa in relazione di cultura umanistica e universo delle scienze: dall’Elogio degli uccelli di Leopardi, all’enunciazione delle teorie scientifiche di Schrödinger e Monod, da La nostra anima di Savinio alle Vite immaginarie di Marcel Schwob, tutto un coro di autorevoli voci degli ultimi due secoli andrà ad intrecciarsi al solenne e affascinante canto didattico lucreziano.
Il grande scrittore epicureo verrà salutato come il poeta insuperato della demistificazione e della libertà di pensiero, il figlio ribelle e dinamitardo di un mondo soffocato dalle sovrastrutture, il maestro di una grandiosa e a tutt’oggi emblematica rivoluzione delle idee.
19 luglio Falerone Teatro Romano
Diaghilev
in collaborazione con
Cantieri Teatrali del Terzo Millennio
EDIPUS
da Lucio Anneo Seneca
traduzione Filippo Amoroso
con Flavio Bucci, Diana de Toni, Renato Campese
Riccardo Castagnari, Giorgio Carminati, Bea Boscardi
Claudio Conti e Marco Tornese
messa in scena di Nucci Ladogana
scenografie Nicola Delli Carri
costumi Veera Roman
regista collaboratore Piero Ferradini
Il confronto tra l’Edipo di Sofocle e quello di Seneca, vissuto ai tempi e nella corte stessa di Nerone, potrebbe sembrare improponibile, stante la grandezza smisurata del primo. Certo Sofocle è il modello di Seneca; certo il tragico ateniese sovrasta, nella storia del teatro, su Seneca e su ogni altro tragico. Ma anche l’Edipodi Seneca, come cercheremo di dimostrare, ha nel riflesso una sua autonomia, una validità poetica e, malgrado la diffusa contraria convinzione, una sua teatralità. [dalle note allo spettacolo della compagnia]
Edipo è l’uomo che cerca la verità, e la sua azione è la ricerca della verità, ma quando la verità si rivela in tutto il suo orrore, Edipo è colui che sa trovare la risposta, nel nome dell’uomo e dell’ordine cosmico.
La sua grandezza sta nell’addossarsi, volontariamente, le conseguenze di un passato che non ha voluto. Egli afferma la sua «autodeterminazione espiando, con un atto inaudito, atti non volontari, esprimendo così il suo assenso all’ordine cosmico e, per parte sua, restaurandolo». Inquieto sin dall’inizio, Edipo è l’uomo che porta in sé una piaga segreta. Per questo lo scatenarsi della peste suscita in lui un’angoscia quasi insostenibile, inducendolo ad istituire, sia pure confusamente, un rapporto tra sé e quel misterioso contagio.
«Un’epoca di angoscia», un’epoca in cui vivere richiedeva più coraggio di quel che l’uomo medio possedesse, in cui si temevano i malefici, e la superstizione dominava, e pullulavano astrologi e indovini, e il risentimento contro il mondo, per un effetto di introiezione, diveniva risentimento contro l’ego.
Seneca avverte in anticipo questa atmosfera e, prima che sia manifesta e diffusa, ne esprime il turbamento.
Dunque è la chiave psicologica la più idonea per penetrare quella tragedia notturna, quel viaggio nel buio della coscienza, che è l’Edipo di Seneca.
Sulla limpida traduzione di Filippo Amoroso il regista ha innestato passi filosofici, ha trasposto passi corali e singole battute, con una coerenza esemplare. Questo non è il poema scenico immaginato da Seneca, ma il palinsesto dell’uomo di governo nel tempo. […] Insomma, questo non è teatro archeologico ma vibrante di rifrazioni: è rapido nel suo sviluppo, impone problematiche attuali e ne delinea la gravità. È un teatro civile che è stato caldamente applaudito dagli spettatori della prima. [Sergio Sciocca, "La Sicilia"]
23 luglio Urbisaglia Anfiteatro Romano
Compagnia Mario Chiocchio
Balletto di Roma - Ente Nazionale del Balletto
AMORE E PSICHE
La favola de L’asino d’oro
da La favola dell’asino d’oro di Lucio Apuleio
con Peppe Barra e Andrè De La Roche
con la partecipazione di Francesca Nunzi
Piero Caretto e Francesca Marini
regia Renato Giordano
coreografie Andrè De La Roche
scene Alessandra Panconi e Leonardo Conte
costumi Sabrina Chiocchio
Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente.
Inizia così la favola di Amore e Psiche, cuore del romanzo L’asino d’oro di Apuleio, dove si narra la storia di Psiche, tanto bella da suscitare l’invidia di Venere, che irata dall’esistenza di una mortale che potesse adombrare la sua bellezza decise di punirla facendo sì che ella s’innamorasse di una qualche orribile mostruosità. Inviò pertanto dalla ragazza Cupido-Amore cui aveva affidato l’ingrato compito di trafiggerla con un dardo di passione nei confronti di quanto peggio si potesse trovare, uomo o animale. Ma non appena Amore incontrò Psiche se ne innamorò e disobbedendo agli ordini di Venere, decise di salvarla dal crudele fato al quale l’invidiosa dea l’aveva destinata, nascondendola in un castello fatato, dove egli le faceva visita ogni notte senza mai farsi vedere in volto. Ma, come in ogni fiaba, angoscianti e terribili avventure precedono il lieto fine; infatti le invidiose sorelle di Psiche decisero di vendicarsi di lei facendole credere che il suo amante fosse nient’altro che un terribile mostro; Psiche, istigata da loro, decise di tentare di tutto pur di vedere il vero volto del suo amato cercando di intravederlo mentre questi dormiva; ma questa bramosia di conoscenza le fu fatale: Amore, svegliatosi dal sonno, fu costretto a volar via e Venere in preda alla gelosia, scagliò addosso alla giovane la sua punizione. Dopo innumerevoli prove, dopo avventure e insidie, ecco, come promesso, il trionfo dell’amore, il lieto fine che ha reso questa favola la ‘favola delle favole’, l’archetipo delle fiabe moderne; una splendida favola resa immortale dall’inedito connubio della recitazione di Peppe Barra con la danza di Andrè De La Roche, magistralmente diretti dall’esperta regia di Renato Giordano.
27 luglio Falerone Teatro Romano
Dionysius – L’Arca del 2000
in collaborazione con Comuni di Falerone, Cassino, Pietrabbondante
e Regione Molise / Assessorato alla Cultura
MENAECHMI
di Tito Maccio Plauto
traduzione, adattamento e regia Livio Galassi
con Anna Mazzamauro, Franco Oppini
Ada Alberti e Massimiliano Buzzanca
e con Pippo Sottile, Giovanna Floris
Filippo Bubbico, Marica Gungui
scene Vincenzo Ivan Sorbera
musiche Luciano Francisci
costumi Annalisa Gallina
direttore d’allestimento Anna Maria Baldini
scenografo assistente Mirko De Luca
Peculiarità delle commedie di Plauto, basate su intrecci e personaggi consolidati da una tradizione secolare a cui il genio plautino aggiunge la sua iperbolica inventiva comica, è il disinvolto disinteresse verso gli obblighi strutturali, spesso trascurati, non certo per incapacità ma per una scelta che privilegia l’effetto di una comicità anche disordinata ma sempre vincente, e spesso confinata scena per scena. Ma nei Menaechmi questo non si verifica; la trama, così originale ma così obbligata, non lo consente. Insolita luttuosa premessa per una commedia: e cioè il dramma di una disgregazione familiare; e insolita pure la dinamica che l’avvia: la sentimentale ricerca del gemello disperso da parte del protagonista. Smarrimento il cui dolore ha causato la morte del padre e ha indotto il nonno a ribattezzare il bimbo rimasto con lo stesso nome di quello scomparso e amatissimo; Menecmo. Ma il Menecmo perduto è stato adottato da un ricco mercante che l’ha lasciato suo erede, è sposato, ha un’amante, e si abbandona ai piaceri della vita nella gaudente Epidamno. Il gemello, che l’ha cercato in ogni porto della Magna Grecia, giunge a Epidamno e qui, stesso aspetto e stesso nome, si scatena
la forsennata girandola degli equivoci che impone la struttura.
Vetta del teatro plautino e ambito traguardo d’ogni grande comico, i Menaechmi attraversano vincitori secoli e mode e ci riportano intatta la loro potente teatralità, la loro inesauribile inventiva, la loro genialità stimolante e ispiratrice che dalle amplificazioni shakespeariane si affaccia alla soglia dei labirinti pirandelliani dell’essere e dell’apparire, della realtà e della finzione che si confondono e si smarriscono una nell’altra. La storia dei due gemelli che si perdono bambini e si ritrovano adulti, confusi uno per l’altro da moglie, amante e amici, è pretesto fecondo di esilaranti equivoci, imprevedibili e surreali, e cela o perlomeno stimola risvolti esistenziali più fondi e universali: la ricerca dell’altro sé stesso, la composizione di un equilibrio infranto, il raggiungimento della completa identità. Senza smorzare alcuna risata, senza appannare mai lo sfolgorante divertimento, sfioreremo queste sollecitazioni, affidandole alla sensibilità del pubblico.
Livio Galassi
Menaechmi è u esilarante commedia in due atti dai risvolti imprevedibili scanditi da un susseguirsi di tempi comici interpretati dalla brillante e magistrale attrice Anna Mazzamauro e da un eclettico Franco Oppini, affiancati inoltre da un degno figlio d’arte come Massimiliano Buzzanca, una sorprendente Ada Alberti ed altri attori particolarmente interessanti nell’interpretazione dei ruoli minori.
Mario Baldini, direttore artistico Associazione Culturale Dionisus
28 luglio Urbisaglia Anfiteatro Romano
Terra di Teatri Festival – EcateTeatro - TAU
LE RANE
da Aristofane
con David Quintili, Andrea Bartola, Gian Paolo Valentini
Andrea Caimmi, Carmen Chimienti, Francesca Rossi Brunori, Omero Affede
regia Omero Affede
voce Micaela Piccinini
musiche Gianluca Gentili
sassofoni Gianpaolo Antongirolami
violino Luca Mengoni
violoncello Federico Bracalente
fisarmonica Emanuele Evangelista
Lo spettacolo – coprodotto da Terra di Teatri Festival, TAU ed EcateTeatro - si inserisce nel contesto di una trilogia iniziata con Le Baccanti di Euripide (2006) e Prometeo di Eschilo (2007). La commedia è per il suo autore lo spunto per una vivace discussione intorno ai vizi di una società ateniese al tramonto: di fronte alla corruzione dei politici, all’opportunismo di demagoghi imbonitori e alla volgarità dilagante, non resta che rifugiarsi nel ricordo degli antichi valori di un perduto senso del vivere civile.
La trilogia, iniziata con Le Baccanti di Euripide (2006) e passata attraverso lo stretto di una modulazione rappresentata da Prometeo di Eschilo (2007), si conclude con Le rane di Aristofane. Ne Le Baccanti si poneva l’accento sulla simbiosi uomo-natura. A tal riguardo, nel lavoro con l’attore, si è tentato di sprigionare tutti quegli elementi inconsci di ferinità, di animalità che si risolvono in un’impronta di teatralità quasi mistica, estatica, notturna, sacrificale. L’attore, attraverso i meccanismi del rito, ci parlava da un’altra dimensione. Nel Prometeo la mistica dell’attore animale inizia a sublimarsi, a depurarsi da tutti quegli elementi che sono stati alla base di una dialettica dell’eccesso - che ci appartiene in quanto esseri umani - lasciando lo spazio, come in una radura nel bosco illuminata dalla luna, alla necessità di un lavoro più consapevole sulla meccanica dell’attore. Ne Le rane protagonisti sono lo spazio, il movimento, la sinfonia dei ritmi; le leggi della musica diventano il ‘sostegno’ alla recitazione dello spettacolo, non solo ‘penetrando’ nel personaggio, ma strutturando l’intera prospettiva della commedia. Il viaggio di purificazione dell’attore/Dioniso ne Le Rane è la sintesi riflettente dell’intero percorso della Trilogia; una catarsi che dalla notte dell’inconscio sfocia in una maggiore consapevolezza di quelli che sono gli strumenti dell’attore e dei suoi compiti.
Omero Affede
2 e 3 agosto Monte Rinaldo Area Archeologica La Cuma
La compagnia nel labirinto
I MOSTRI DI FEDRA
libera costruzione drammaturgica da
Fedra di Lucio Anneo Seneca traduzione di Alfonso Traina
L’amore di Fedra di Sarah Kane traduzione di Barbara Nativi
Fedra e Ippolito di Jean Racine traduzione di Daniela dalla Valle
con Valeria Almerighi, Silvia D’Amico, Naike Anna Silippo
Barbara Ronchi, Gabriele Portoghese e Luca Marinelli
drammaturgia e regiaValentina Rosati
Sono tutti mostri i protagonisti di questo mito. Mostruoso è l’amore della Fedra di Seneca per Ippolito. La sua stirpe l’ha segnata, il gene maledetto fa parte del suo sangue, è imprigionato nel suo cuore ed è impossibile estirparlo.
Come un mostro appare l’Ippolito raccontato dalla Kane. "È veleno!" dice Strofe, la figlia di Fedra. E Teseo è come un fantasma tornato dagli Inferi.
In Racine Teseo dice al figlio: "mostro che il fulmine ha risparmiato troppo a lungo". Ed è proprio un mostro furioso, un toro indomabile, un drago inviato da Nettuno sotto richiesta di Teseo ad uccidere l’innocente Ippolito che mostro meno di tutti infine risulta all’occhio dello spettatore.
Valentina Rosati ricostruisce il Mito di Fedra attingendo ai tre grandi autori che forse più di ogni altro hanno saputo coglierne l’atrocità: Seneca, Sarah Kane e Racine. Di ognuno di questi testi la regista – iscritta all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico come il resto della compagnia - trae degli spunti per sottolineare il vero motore dell’intera tragedia: la mostruosità. Della Fedra di Seneca mostra un personaggio posseduto nel sangue che subisce il ‘mostro amore’, circondata dalle impotenti serve che invano cercano di domarla e tranquillizzarla. Da L’Amore di Fedra della Kane fuoriesce un Ippolito depresso e depravato, giovane di oggi, presentato dalla sorella Strofe che inutilmente tenta, così come le serve, di aprire gli occhi alla madre; in seguito al contatto sessuale di questa con Ippolito e al suo suicidio in cui, tramite un biglietto, colpevolizza il figlio di stupro, Strofe tenta di scoprire la verità che però viene ulteriormente celata da Ippolito che si ammette ingiustamente colpevole. Con Fedra e Ippolito di Racine si pone al pubblico, unico testimone reale, un Ippolito confessore, mostrando il padre Teseo nelle sue due facce di padre iracondo e austero e di uomo che subisce il racconto dell’incesto-tradimento della moglie Fedra con lo stesso figlio, al quale egli non dà fiducia, ma che il pubblico riconosce infine scarno, forse l’unico, di ogni mostruosità.
Cupra Marittima
Il territorio di Cupra Marittima - frequentato già nel corso del Paleolitico Inferiore e Medio - nel periodo piceno riveste particolare importanza; ricche necropoli databili a partire dal VI sec a. C. documentano una realtà insediativa articolata. Con la conquista del Piceno da parte dei romani nel 268 a. C. il territorio entra a far parte dell’ager publicus. L’area del parco si estende a nord della città attuale; in essa si trovano evidenti tracce dell’impianto urbano della città romana. Appena al di fuori della città sono visibili le strutture di una villa frequentata fino al IV sec. d.C.. L’area del Foro è posta su un ampio pianoro in località "Civita" ove gli scavi hanno riportato alla luce i resti di un tempio a pianta rettangolare e due archi onorari. Riferibili a monumenti funerari a edicola sono le strutture in laterizio visibili nei pressi della porta urbica e i cosiddetti ruderi Tesei a Massignano.
Falerone
Dalle fonti di apprende che la colonia di Falerio rivestiva già notevole importanza in epoca augustea; nel VI sec. d.C. la popolazione a seguito di frequenti invasioni barbariche si rifugiò sulla vicina collina. I più rilevanti monumenti attualmente visibili sono il teatro (ben conservato e restaurato di recente); i resti del circuitus dell’anfiteatro con una crypta e strutture murarie attribuibili ad una complessa cisterna. Significative sono le testimonianze relative alle necropoli ubicate ad Est e ad Ovest dell’abitato romano, privo delle mura di cinta, con sepolture monumentali del tipo a torre sistemate ai lati della strada faleriense.
Monte Rinaldo
Il complesso cultuale di età tardo repubblicana (II-I sec. a.C.), messo in luce soltanto in parte, è costituito da un porticato, da un tempio tripartito e da un edificio rettangolare di incerta destinazione. Il porticato a duplice fila di colonne, orientato Est-Ovest, è lungo 65,50 metri ed è largo 10,10 metri. È formato da un muro di fondo in blocchi di arenaria e da due colonnati paralleli di ordine ionico-italico quello interno, con colonne alte m 6,80 (di cui 4 innalzate), dorico quello esterno con colonne alte m 4,75 (di cui 7 innalzate).
Urbisaglia
Colonia romana fondata nel I sec. a.C., situata all’incrocio delle strade che univano Firmum e Septempeda da un lato e dall’altro Ausculum ad Auximum. Fu abbandonata nel V sec. d.C.; attualmente è conservata buona parte delle mura, l’anfiteatro (costruito nel 79 d.C. come attestato dalle iscrizioni onorarie), il teatro, il criptoportico, il cosidetto edificio a nicchioni. Nell’abitato moderno, limitrofo al Parco, si trova il Museo Archeologico Statale.
INFO E PRENOTAZIONI
Cupra Marittima Foro Romano
Statale 16, direzione nord, deviazione all’interno
T 347 3804444
ingresso gratuito
Falerone Teatro Romano
Ente Parco Archeologico Falerio Picenus
via Pozzo, 32 Falerone
T 0734 750429 [lun - ven 10.30 – 12.30 / 17.00 - 19.30]
biglietti
platea 17,00 euro
gradinata 14,00 euro
Monte Rinaldo Area Archeologica
posti limitati, prenotazione obbligatoria
T 0734 777121 [Comune di Monte Rinaldo/Assessorato alla Cultura]
ingresso gratuito
Urbisaglia Anfiteatro Romano
Ufficio Turistico, via Sacrario 9
T 0733.506566 [tutti i giorni 10.00 –
13.00 / 15.00 – 19.00]
prevendita in tutte le filiali Banca delle
Marche
biglietti
I sett. 16,00 euro - II sett. 14,00 euro - III sett. 12,00 euro
PREVENDITE
Ancona Amat
corso Mazzini 99
T 071 2072439 [lun - ven 10.00 – 16.00]
Ascoli Piceno Teatro Ventidio Basso
piazza del Popolo 17
T 0736 244970 [lun – ven 9.30 -12.30 / 17.00 – 20.00 | sab 9.30 - 12.30]
Fermo Biglietteria Teatro dell’Aquila
via Mazzini 8
T 0734 284295 [lun - ven 9.30 - 12.30]
Macerata Biglietteria dei Teatri
piazza Mazzini 10
T 0733 230735 [lun – sab 10.30 – 12.30 / 17 – 19.30]
Porto Recanati Pro Loco
piazza Brancondi
T 071 7591872 [tutti i giorni 9.30 /12.30 – 17.00 / 23.00]
vendita on-line
INIZIO SPETTACOLI
ore 21.30
Monte Rinaldo ore 19
 
Inviato da: Staff   in data: 01/07/2008

ARCHIVIO NEWS